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Aborto chimico, RU486 e inversione sessuale: dittatura del desiderio?

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In questi giorni si parla molto di bioetica, sopratutto di aborto, ma non solo.
Assuntina Morresi, professore associato di Chimica fisica all’Università di Perugia e membro del Comitato nazionale di bioetica, racconta sul Il Sussidiario l’iter burocratico della Ru486 e delle contraddizioni dei cosiddetti “pro-abortisti” o “pro-choiche”.
Introduce dicendo che la pillola è “una banalizzazione solamente concettuale dell’aborto, visto che con la Ru486 la procedura è più lunga, dolorosa, incerta e rischiosa di quella per via chirurgica: banalizzazione però che, se non viene riconosciuta e smascherata, ottiene il risultato di rendere l’aborto invisibile, riportando le donne ad abortire a casa e svuotando nei fatti la 194, togliendone i pochi “paletti” previsti”.
Carlo Bellieni, neonatologo, docente di Terapia intensiva neonatale all’Università di Siena e membro della European Society of Pediatric Research, spiega, sempre sul Il Sussidiario, come la scelta dell’aborto e la promozione della RU486, sia strumentalizzata da parte dei media, e “sposta ancora una volta il dibattito dal dolore e dai diritti dei protagonisti, e risulta un nuovo alibi per non discutere su come aiutare le donne”.
L’avvocato bioeticista, Gianfranco Amato, racconta invece la storia di “Thomas Beatie, l’uomo diventato madre per la terza volta”. Commenta: “Non oso immaginare lo stato di confusione mentale di quei poveri figli, partoriti dal padre grazie al seme di uno sconosciuto, allattati da un’estranea e accuditi da una mamma di cui ignorano l’esatta funzione. Se questo è il futuro che ci prospettano le nuove frontiere della bioetica c’è di che essere preoccupati”.

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