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Psicologi americani: «la preghiera aiuta effettivamente a perdonare».

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Anche chi crede che Dio non risponda, ora non potrà più dire che pregare non serve a nulla. Altrimenti avrà un atteggiamento cosiddetto “antiscientifico”. L’Association for Psychological Science, ha infatti pubblicato i risultati di una particolare (molto particolare) ricerca, la quale dimostra che la preghiera aiuta effettivamente a perdonare il proprio partner quando ha tradito la nostra fiducia o ci ha offeso.

Sul sito della Associazione si legge che le constatazioni iniziali sono state queste: tutti siamo colpevoli di offendere il proprio partner e 9 americani su 10 hanno dichiarato di pregare, almeno occasionalmente. Il dipartimento di Psicologia della Florida State University, guidato da Nathaniel Lambert ha voluto unire questi due fattori e si è domandato: è possibile che la preghiera aiuti a conservare il rapporto e a facilitare il perdono? Lambert ed i suoi colleghi hanno deciso di testare scientificamente questa ipotesi.

Uno degli esperimenti si è svolto così: un gruppo formato da uomini e donne ha rivolto una preghiera a Dio chiedendo un aiuto a migliorare il rapporto con il proprio partner. Contemporaneamente un altro gruppo ha semplicemente descritto i propri rispettivi partners parlando in un registratore. Gli psicologi hanno poi testato l’effetto “perdono”, identificandolo con la diminuzione dei sentimenti negativi iniziali che si verificano quando c’è una discussione o una lite. I loro risultati hanno mostrato che in coloro che hanno pregato sono effettivamente diminuiti i pensieri di vendetta verso il proprio partner e sono risultati più disposti a perdonare e andare avanti. Gli esperimenti sono proseguiti su tempi e test più prolungati che si possono leggere nell’articolo indicato.

Gli psicologici hanno cercato di spiegare questi sorprendenti risultati senza potersi esprimere evidentemente sull’intervento diretto di Dio. Essi si sono pronuciati solo sulle conseguenze:«Dopo un tradimento o un’offesa, la vittima fissa irremovibilmente l’attenzione al sé cognitivo. La preghiera invece sembra avere la capacità e la forza di spostare l’attenzione dal sé agli altri, consentendo la diminuzione dei risentimenti». Occorre allora domandarsi da Chi arrivi questa capacità, dato che alcuni la possiedono e altri invece no.

Il legame tra psicologia e fede è molto interessante. Alcuni avanzano la solita ipotesi dell’auto-convincimento (e quindi dovrebbero dichiarare che più del 70% di persone al mondo soffre di disturbi psicologici). Ma, oltre al fatto che nulla ha ancora dimostrato come un’auto-convinzione possa determinare una capacità e forza d’animo del genere, occorre capire cosa accade a chi comincia a credere o non credere improvvisamente o in breve tempo…una guarigione o un disturbo istantaneo? Inoltre occorre ricordare che tantissimi celebri psicologi e neuroscienziati (da Carl Jung in giù) sono e sono stati devoti religiosi. E’ credibile che non abbiano mai rilevato alcuna traccia di auto-convinzione nel loro comportamento? Comunque, indipendentemente da chi ha ragione o meno, resta il fatto che la ricerca scientifica e psicologica sta ormai dimostrando sempre più che, guarda caso, chi crede in Dio vive meglio ed è più felice (vedi ad esempio: Ultimissima 27/8/10). I risultati della ricerca sono apparsi anche su Science Daily.

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    La rivista americana “Liver Transplantation” ha pubblicato in questi giorni un interessante studio fatto da ricercatori del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) di Pisa e del Centro trapianti di fegato dell’università di Pisa, diretti dallo psicologo Franco Bonaguidi. Essi riguardano il rapporto tra la religiosità del paziente e la sua eventuale guarigione dopo un trapianto di fegato. Lo studio mostra che il livello di sopravvivenza è maggiore in quelli in cui il fenomeno “religiosità” è presente in maniera attiva, cioè coloro che si affidano a Dio, hanno fede in Lui e cercano di percepire la Sua volontà anche nella malattia. Anche la rivista “Psychology and Health” nel febbraio 2010 aveva mostrato come la religiosità provochi una significativa riduzione della mortalità generale; e sulla rivista “Biology of Blood and Marrow Transplantation” di questo mese, uno studio di psicologi statunitensi mostrerà come l’assenza di spiritualità nel paziente aumenta il rischio di morte dopo il trapianto di cellule ematopoietiche. Lo studio italiano, pubblicato pure su Interscience.com, è commentato da Carlo Bellieni su l’Osservatore Romano. Il bioetico spiega che l’uomo trova nell’atteggiamento di ricerca del trascendente non un ostacolo, ma un forte alleato. Molto di misterioso sta racchiuso nell’animo e nella psiche umana ed entrambi hanno da guadagnare anche fisiologicamente dalla religiosità. Poveri neodarwinisti: se il credente sopravvive all’ateo significa darwinianamente che ha caratteri genetici più forti e positivi (e probabilmente più “razionali”). Di conseguenza dovremmo aspettarci l’estinzione totale dell’ateismo a causa della sopravvivenza del più forte?

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