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Lo sport professionistico e la fede religiosa.

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Lo sport è per molti un’attività professionistica. E come per gli scienziati, i muratori o gli insegnanti, non è possibile separare la sfera lavorativa da quella personale. Per questo la religione è spesso parte importante nell’attività sportiva. La Stampa riporta ad esempio che la squadra americana di golf, che il 1° ottobre si presenterà ai nastri della Ryder Cup a Celtic Manor, in Galles, si distingue per essere un team di seguaci delle Chiese Evangeliche. L’identità di gruppo ruota attorno alla persona di Corey Pavin, il capitano nato e cresciuto in una famiglia ebraica ma convertito al cristianesimo nel 1991, quando aveva già iniziato la carriera di golfista professionista. A chi gli chiede il perché di quella scelta, è solito rispondere che volle rimediare a «un vuoto nella vita». Con l’assistente personale e le loro mogli, frequentano assieme corsi sulla Bibbia molto simili a quelli che consentirono a George W. Bush di abbandonare la dipendenza dal bere dopo aver compiuto il quarantesimo compleanno. Lo stesso vale per gli altri giocatori: Stewart Cink, Zach Johnson e Rickie Fowler, come anche Bubba Watson e Matt Kuchar, tra i migliori golfisti d’America.

Cosa simile accade nel Rugby italiano. Il Corriere del Veneto riporta che il Benetton Treviso, dominatore nel campionato italiano e ora approdato nella Celtic League, è stato trasformato da Franco Smith, ex giocatore e devoto cattolico. Prima delle partite la squadra si raccoglie in preghiera. Ha dichiarato: «In Sud Africa è parte della nostra cultura rugbistica, lo fanno da sempre squadre come i Bulls e i Cheetahs. A Treviso cominciai a farlo per conto mio, poi si unirono alcuni giocatori, infine è divenuto un gesto abituale per tutta la squadra. Nessuno è obbligato a pregare, ci sono diverse culture tra di noi e le rispettiamo. Si tratta di un momento di raccoglimento che aiuta il gruppo a consolidare il senso di appartenenza, ci fa sentire uniti contro le avversità».


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