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Obama fa marcia indietro sul “fine vita”

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L’amministrazione Obama rivedrà il decreto applicativo legato alla riforma sanitaria che prevedeva un finanziamento pubblico ai medici del programma Medicare (assicurazione medica per gli over 65) che avrebbero consigliato i loro pazienti su quali cure accettare e quali rifiutare in caso di future patologie. Pochi sono stati gli organi di informazione che hanno pensato di pubblicare la notizia. Il 26 dicembre Il Corriere della Sera informava che «dal 1° gennaio i medici riceveranno soldi dal governo se avvertiranno i pazienti sulle opzioni terapeutiche di fine vita, che potrebbero includere anche «direttive anticipate» per la rinuncia a cure aggressive per il loro mantenimento in vita in caso di malattia o incidente». Invece ora nessun medico sarà autorizzato a fare domande specifiche sulle intenzioni del paziente nel caso in cui si trovasse nell’impossibilità di prendere decisioni. Il presidente Obama aveva tentato di inserire nella riforma sanitaria alcuni riferimenti alle “direttive anticipate”, ma questo aveva scatenato un putiferio tra i repubblicani. Avevamo informato che dopo le elezioni di mid term la «cultura della morte» in America avrebbe cominciato a perdere colpi (cfr. Ultimissima 11/04/2010). Sarah Palin e il neo speaker della camera John Boehner (repubblicano) avevano detto che questo avrebbe potuto essere un passo «verso l’incoraggiamento da parte del Governo all’eutanasia». Per questi motivi, il testo adottato infine dal Congresso non conteneva più nessun accenno al “fine vita”. Obama aveva quindi trovato uno stratagemma per far entrare dalla finestra quello che dalla porta non si era riusciti a introdurre. In un decreto applicativo entrato in vigore con l’inizio del 2011, il Governo incentivava i medici ad offrire ai pazienti anziani ogni possibile informazione (e stimolo?) sui trattamenti per concludere “serenamente” la propria esistenza terrena. Come ogni decreto applicativo, anche questo era passato inosservato. Finché il “New York Times” non ha scoperto le “malefatte” del presidentissimo, e così facendo ha riaperto la polemica. Ora, come segnala nuovamente il “New York Times”, Obama ha deciso di fare marcia indietro. Ufficialmente per vaghe «ragioni procedurali», in realtà perché si è reso conto di essere stato scoperto con le mani nel sacco. E in un momento in cui i democratici devono prepararsi alla battaglia che i repubblicani (ormai “padroni” della Camera) lanceranno per distruggere la riforma sanitaria tanto voluta da Obama, per il presidente e il suo staff non è certamente il caso di invischiarsi in pericolose discussioni come quelle sul fine-vita. Meglio accennare qualche sorriso, fare buon viso a cattivo gioco e dire: stavamo scherzando. La notizia è pubblicata anche qui.

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    Nuovo studio: l’aborto aumenta i rischi di cancro al seno del 193%.

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    Un nuovo studio ha scoperto che le donne che non hanno partorito, o hanno partorito in età avanzata o hanno subito un aborto, presentano un rischio molto più elevato di possibilità di sviluppare il cancro al seno. Lo rende noto l’Università di Scienze mediche a Babol, in Iran. I ricercatori hanno trovato che la prima gravidanza in età avanzata e un intervento abortivo aumentano il rischio di cancro al seno del 310% e 193% rispettivamente. I risultati sono stati riportati nel numero di Medical Oncology. Anche l’University of Colombo (Sri Lanka), ha pubblicato in giugno 2010 i risultati di uno studio molto simile, con dati molto più drammatici: le donne che hanno abortito hanno il 242% in più probabilità di soffrire di cancro al seno. Ricordiamo che la soppressione del feto è promossa per proteggere la salute della donna. La notizia è ripresa da La Stampa e da FoodConsumer.

     

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