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Il filosofo Possenti: «i nuovi atei sono troppo convinti di aver ragione per averla veramente».

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Il Premio Nobel per la Pace, Dag Hammarskjöld disse: «Dio non morirà il giorno in cui noi non crederemo più in una divinità personale, ma saremo noi a morire il giorno in cui la nostra vita non sarà più pervasa dallo splendore del miracolo sempre rinnovato, le cui fonti sono oltre ogni ragione». Era il 1950 e l’Occidente camminava verso il deserto del secolarismo, diffondendosi l’idea che Dio e la religione fossero cose del passato. Il noto filosofo Vittorio Possenti, docente di filosofia politica presso l’Università Cà Foscari di Venezia e autore di oltre 25 volumi e centinaia di saggi di ambito politico, etico e ontologico, parla di questi anni cupi, grigi, in cui parte della cultura, che si autopromuoveva ad avanguardia, teneva fermo che l’ateismo fosse il destino più certo della modernità (ora i pochi rimasugli pretendono di farsi chiamare razionalisti…). Mezzo secolo più tardi si è iniziato a parlare di epoca postsecolare, mentre indietreggia nel passato la tesi di un cammino verso un tempo postreligioso. Alta risuona oggi la domanda su Dio, sempre più potentemente, come le ricerche sociologiche dimostrano. Nell’articolo su Avvenire, trova spazio anche un’efficace critica all’ateismo moderno e ideologico: «Dio non è un oggetto che possa essere misurato da strumenti, né cade sotto la presa di una gnoseologia scientistica. Dio non può farsi noto attraverso la gabbia di acciaio della razionalità strumentale ed i nuovi atei sono troppo convinti di aver ragione per averla veramente: hanno adottato uno schema di conoscenza talmente ristretto da perdere quasi tutta la realtà. Bisogna ripartire dall’esperienza umana basale che nelle sue luci e nelle sue ombre porta significati trascendenti, per riprendere a parlare di Lui: esperienza della vita e della morte, dell’amore e degli affetti, del bene e del male, della paternità e della figliolanza». E’ l’uomo che vive immerso nella realtà che Lo riconosce e non certo chi è schiavo di ottusi schemi razionalistici. Come disse Albert Einstein: «Gli atei fanatici sono come schiavi che ancora sentono il peso delle catene dalle quali si sono liberati dopo una lunga lotta. Essi sono creature che – nel loro rancore contro le religioni tradizionali come ‘oppio delle masse’ – non posso sentire la musica delle sfere» (Isaacson, Einstein: His Life and Universe, Simon e Schuster 2008).

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